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2 Gennaio 2026LA MIA STORIA CON PLASTIC FREE
MARZO 2021
Avevo ventiquattro anni, c’erano ancora le restrizioni post pandemia da Covid.
Ogni giorno ci svegliavamo senza sapere in quale “colore” sarebbe stata la nostra città: zona rossa, gialla, verde… si poteva uscire o bisognava restare a casa? Si poteva incontrare qualcuno o era meglio rimandare?
In tutta quella confusione generale, una soleggiata mattina di metà marzo, decisi di partecipare con amici di famiglia ad un evento che mi avevano inoltrato attraverso un link e che riportava ad un sito web tinto di blu e con una tartaruga come logo.
La persona in questione mi scrisse “andiamo in questo bosco a ripulire ciò che gli incivili lasciano e poi ci facciamo un bel trekking”.
Avrei accettato tutto pur di uscire ma sicuramente quell’idea mi allettava ancor di più.
Così arrivammo al Bosco Furiana, uno dei polmoni verdi di Caltanissetta: un luogo ricco di biodiversità ma, purtroppo, segnato dall’abbandono e dal degrado.
Qui trovai tantissime persone, alcune di loro le avrei ritrovate negli anni successivi, diventando amici, tutte entusiaste di partecipare a questa attività, forse anche loro desiderose di uno svago da quei periodi intensi che vivevamo da oltre un anno.
La referente dell’epoca ci spiegò cosa fare e cosa non fare, affiancata da alcuni ragazzi del soft air. Io, armata di un sacchetto e di un paio di guanti troppo grandi per le mie mani, non capivo del tutto quelle raccomandazioni. Pochi minuti dopo, mi spogliai della mia ingenuità così come della felpa che indossavo, non adatta a quelle calde temperature primaverili.
Ciò che vidi, probabilmente cambiò radicalmente la mia percezione del problema rifiuti. Non che non avessi mai visto delle discariche, ovunque in città, ma in quel territorio così bucolico stonava davvero troppo.
Ero disgustata. Scioccata. E al tempo stesso anche grata di star vivendo quell’esperienza che inizialmente mi sembrava soltanto un gioco.
Nel giro di poche ore, raccogliemmo tonnellate di rifiuti di ogni tipo, materassi, sedie, pompe idrauliche, reti metalliche e altro ancora. Materiali pericolosi quali eternit o siringhe restarono lì e furono debitamente segnalati.
Dopo la raccolta collettiva, io e i miei amici ci sedemmo a fare un picnic tra gli alberi, commentando quello che avevamo visto. E in quel momento capii che non avrei più potuto ignorare quella realtà.
Da quel giorno, tra le varie restrizioni, partecipai ad altri eventi di Plastic Free ed entrai a far parte di un gruppo chat locale che mi permise di poter aiutare nell’organizzazione e preparazione degli eventi.
Conobbi le persone che avevano fondato l’associazione, consultai i materiali, la storia, i regolamenti.
Ho vissuto innumerevoli situazioni in quasi 5 anni all’interno di questa associazione: cambio di referenti, volontari, tantissime zone della città, attività di ogni tipo, collaborazioni con altre associazioni, rifiuti impensabili, traguardi raggiunti, amicizie, viaggi, raduni, rabbia, soddisfazione.
Per me Plastic Free è tutto questo e molto altro ancora. Non è una semplice attività di volontariato che svolgo nel weekend.
Plastic free è un mondo, una comunità, uno stile di vita. Soprattutto da quando anche io sono diventata referente, mi accorgo di aver migliorato la comunicazione, l’autostima, le idee e la rete sociale.
E anche nei periodi in cui il quotidiano pesa, riesco sempre a ritagliarmi quello spazio che mi nutre, mi motiva e mi ricorda perché lo faccio.
Il disgusto e la disillusione che provo quando vedo certi atti di inciviltà in giro, si trasforma ben presto in speranza anche grazie alla calorosa partecipazione di tanti giovani volenterosi e determinati.
La cura per l’ambiente è cura anche per la persona.
E come ripete sempre una persona a me cara a cui devo tanto:
“Il cambiamento è lento, ma non impossibile.”


